venerdì 1 luglio 2016

Sociologia generale- concetti base.

Come disciplina scientifica la Sociologia nasce intorno alla metà del XIX secolo, come risposta alla necessità di interpretazione dei profondi mutamenti sociali indotti da 3 sconvolgimenti storici:
la rivoluzione scientifica;
la rivoluzione industriale;
la rivoluzione francese.
La Sociologia è un prodotto del mutamento sociale. La società viene messa al centro del discorso scientifico-sociale. Già dall’inizio del ‘900, in particolare grazie alla Scuola di Chicago, si intraprese lo studio dei fatti quotidiani attraverso ricerche empiriche.
In Sociologia si fa uso di 5 prospettive fondamentali, tra loro interconnesse:
Ø la prospettiva demografica, che si occupa dei cambiamenti e delle tendenze quantitative delle popolazioni;
Ø la prospettiva psico-sociale, che cerca di spiegare i comportamenti in base al significato che essi assumono per gli individui;
Ø la prospettiva delle strutture collettive, in base alla quale i sociologi studiano gruppi, organizzazioni, comunità;
Ø la prospettiva delle relazioni, centrata sullo studio dei ruoli e delle aspettative ad essi collegate;
Ø la prospettiva culturale, che analizza i comportamenti sulla base degli elementi cardine della cultura: le norme e i valori.


L’analisi della vita sociale è condotta attraverso 2 livelli di analisi:
La microsociologia si occupa delle interazioni sociali quotidiane tra individui. Questo approccio tende a comprendere il significato che le persone attribuiscono agli atteggiamenti e ai comportamenti.
La macrosociologia si occupa delle strutture che sorreggono la vita sociale nel suo insieme: le principali istituzioni, gli ordinamenti politici, i sistemi economici. Si considerano, in particolare, i rapporti tra tali strutture e il loro mutamento nel tempo.
Principali teorie microsociologiche :
Teoria dello scambio. George Homans ha elaborato una teoria dell’interazione sociale fondata sul rapporto costi-benefici, sul tipo di “ricompensa” ricevuta in relazione ad un comportamento passato e sulla proiezione di future ricompense possibili.
Etnometodologia. Harold Garfinkel ha invece utilizzato una prospettiva di analisi fondata sulla conoscenza del “senso comune” che guida le interazioni quotidiane tra le persone.
Il modello drammaturgico di Erving Goffman basa il suo approccio sul fatto che gli individui si comporterebbero nelle loro interazioni esattamente come attori che interpretano dei personaggi sulla ribalta teatrale. Attraverso la “gestione delle impressioni” gli individui/attori imparano ad ottenere gli effetti voluti sugli altri attori coi quali interagiscono.

Interazionismo simbolico, il precursore fu George Herbert Mead, mentre il principale esponente è stato Herbert Blumer. Secondo gli interazionisti simbolici gli esseri umani non rispondono automaticamente a stimoli esterni, bensì attraverso una elaborazione complessa basata sulla attribuzione di significati sociali, espressi da simboli, agli stimoli ricevuti. È la conoscenza condivisa dei simboli, che si struttura nel linguaggio, che rende possibile la maggior parte dell’interazione.
Principali teorie macro, a livello “macro” gli approcci dominanti sono due : il funzionalismo e la teoria del conflitto.

Funzionalismo, Spencer paragonò la società ad un organismo vivente nel quale ogni parte svolge una funzione specifica nel mantenimento e nello sviluppo della vita, ma Durkheim affermò che per comprendere ogni fatto sociale è indispensabile analizzare sia le funzioni all’interno dell’organismo sociale che la relazione tra queste, così anche fatti sociali apparentemente solo negativi svolgono una funzione sociale precisa e spesso non negativa. Più recentemente autori come Talcott Parsons e Robert Merton, hanno codificato i principi basilari del funzionalismo moderno: La società è un sistema di parti interrelate, i sistemi sociali posseggono meccanismi di controllo e per questo sono essenzialmente stabili, esistono disfunzioni fisiologiche, ma esse tendono ad essere riassorbite dal sistema, il mutamento sociale è graduale, l’integrazione sociale dipende dal consenso di gran parte degli individui su un certo set di valori.
La teoria del conflitto (o conflittualismo) deriva dal pensiero di Karl Marx. Per Marx alla base della società e del suo mutamento sono una stratificazione per classi (definite in relazione alla proprietà dei mezzi di produzione) e il conflitto tra queste ultime. Il conflitto nel sistema non solo è fisiologico, ma è anche uno dei principali propulsori del mutamento. Alcuni postulati della moderna prospettiva conflittualista sono i seguenti: la struttura sociale si basa sul dominio di alcuni gruppi su altri, ciascun gruppo ha interessi comuni che si oppongono a quelli di altri gruppi, quando gli individui acquisiscono coscienza dei propri comuni interessi possono “agire” come classe, oltre che “essere” oggettivamente una classe. L’intensità dei conflitti di classe dipende da molti fattori, tra cui: il grado di accentramento del potere, le barriere di ingresso al potere, la libertà di pensiero e di azione politica.
La ricerca sociale consiste in una serie di procedure che consentono di formulare delle ipotesi e, attraverso una indagine empirica, di verificarle o falsificarle. L’ipotesi è definibile come enunciato temporaneo che suggerisce una correlazione tra due concetti. Tali concetti vanno trasformati in variabili. I sociologi, infatti, cercano di analizzare i fenomeni studiando le relazioni causa-effetto tra dimensioni misurabili (le variabili, appunto) e di individuare variabili indipendenti e variabili dipendenti. Nel corso del tempo, si sono sviluppate tecniche di ricerca sempre più sofisticate. Esse possono essere classificate in 4 categorie fondamentali:
Indagini campionarie;
Ricerche sul campo;
Ricerche storiche;
Ricerche sperimentali.

La ricerca di indagine campionaria
Nata già verso la metà dell’800, si è progressivamente affinata ed è andata diffondendosi di pari passo ai suoi progressi tecnici. Oggi si può considerare la metodologia più usata in assoluto. Consiste in una procedura per la quale, individuata una popolazione da studiare, se ne seleziona un piccolo gruppo che possa esserne un campione rappresentativo. La composizione di tale campione può avvenire attraverso diverse tecniche con caratteristiche differenti e specifiche. Se ben realizzata, tale procedura consente di generalizzare i risultati ottenuti analizzando dati rilevati dal campione (che di solito è molto meno numeroso della popolazione) a tutta la popolazione, ottenendo significative economie in termini di tempi e costi dell’indagine


La ricerca sul campo
Nata negli Stati Uniti intorno al 1920 la ricerca sul campo (o etnografica) fu molto utilizzata dalla Scuola di Chicago. Essa consiste nella presenza diretta del ricercatore “all’interno” della situazione da studiare, per poter osservare direttamente le dinamiche di interazione. Un’osservazione così ravvicinata (talvolta anche segretamente attuata) presta sicuramente dei vantaggi in termini di qualità delle informazioni rilevate, ma anche alcuni problemi. In particolare,
a) il coinvolgimento del ricercatore potrebbe risultare eccessivo e minare la sua obiettività
b) una siffatta analisi fornisce risultati spesso buoni ma difficilmente generalizzabili, proprio perché relativi ad una situazione specifica in un contesto specifico.

La ricerca storica
Uno dei padri della sociologia, Max Weber, usò in modo molto intenso e produttivo il metodo storico. In particolare, egli riuscì a stabilire un probabile rapporto di con-causazione tra la nascita del capitalismo e l’etica calvinista (celeberrima la sua opera “Etica protestante e spirito del capitalismo“). L’analisi dei processi storici, anche e soprattutto attraverso l’uso dei documenti, rimane per molti sociologi una metodologia di grande importanza ancor oggi.

La ricerca sperimentale
Verso la fine del XIX secolo, il metodo di laboratorio, tipico della psicologia, comincia a diffondersi anche in ambito sociologico. Per ricerca sperimentale, si intende una procedura di indagine, in genere applicabile su piccoli gruppi di individui, grazie alla quale si predispone un ambiente altamente controllato in cui vengono indotte “sperimentalmente” precise interazioni tra gli individui studiati. Di solito si costituiscono 2 gruppi di individui: il gruppo sperimentale, che viene sottoposto ad un determinato stimolo, e il gruppo di controllo, al quale non viene fornita alcuna sollecitazione specifica. L’osservazione e la misurazione delle reazioni dei 2 gruppi può fornire indicazioni preziose. Questa metodologia di ricerca è molto usata nello studio delle dinamiche di leadership, di cooperazione e competizione.

La cultura consiste dunque in valori, norme, regole e ideali generalmente condivisi da un determinato gruppo e che consentono a quel gruppo di funzionare e di permanere nel tempo. Essa viene trasmessa da una generazione all’altra attraverso la socializzazione.
Ci sono tante e significative differenze tra diverse culture ma esistono anche molti tratti in comune. Alcuni elementi possono essere riscontrati in tutte le culture e vengono definiti universali culturali.
Quando si parla di cultura è essenziale puntualizzare il significato di due concetti fondamentali: etnocentrismo e relativismo culturale.
L’etnocentrismo consiste nella tendenza a giudicare le altre culture in base alla somiglianza/differenza dalla propria.
Relativismo culturale: fu il sociologo americano William G. Sumner, nei primi anni del ‘900, a criticare l’approccio etnocentrico. Sumner sosteneva che una cultura può essere veramente compresa solo in una prospettiva “interna”, cioè sulla base dei valori suoi propri e delle caratteristiche specifiche del contesto. Inoltre, affermava l’antropologa Ruth Benedict , non solo ogni cultura va interpretata relativamente al suo contesto, ma anche “come un tutto“: nessun elemento della vita di un popolo può essere compreso se separato dal corpus della sua cultura. Tra la società, gli individui che la compongono e la loro cultura c’è un rapporto di inscindibilità e di interdipendenza.

Per struttura sociale si intende l’articolazione di status, ruoli e istituzioni nella quale gli individui vivono dando vita a gruppi e sistemi di relazioni di varia complessità. La struttura sociale è, dunque, il frame entro il quale – e grazie al quale – si svolgono le azioni sociali.
Uno status è una posizione che un individuo occupa all’interno di una struttura sociale. Si distinguono gli status ascritti, che vengono assunti alla nascita e senza una azione o una volontà dell’individuo (il genere, l’origine familiare, l’età …), dagli status acquisiti che derivano da scelte dell’individuo o di altri ( l’essere dottore, studente, moglie…).
Un ruolo è definibile come un insieme di comportamenti orientati secondo le aspettative legate ad un determinato status. Le aspettative di ruolo, cioè i comportamenti attesi in relazione agli status dell’individuo, possono essere formali o informali. Le aspettative formali sono quelle espresse in precise norme codificate ed emanate da una autorità a ciò titolata (ad es. le leggi e i regolamenti).
Le aspettative informali, invece, fanno riferimento a regole di comportamento generalmente accettate dal gruppo, anche se non formalizzate: ad es. le regole della buona educazione o il modo di vestirsi .
Agendo in conformità alle aspettative di ruolo si accede generalmente a delle ricompense sociali (il rispetto altrui, il denaro …), dette anche sanzioni positive; agendo invece in difformità si incorre in “punizioni” (il disprezzo altrui, le multe, la galera …), o sanzioni negative.
Le sanzioni servono a rafforzare le regole e, dunque, i meccanismi di status e ruoli indispensabili al funzionamento sociale.
Il conflitto di ruolo spesso viene risolto con la separazione dei ruoli.
Si definisce istituzione un insieme di status e ruoli che hanno lo scopo di soddisfare determinati bisogni sociali. L’istituzione è il tipo di organizzazione che la società adotta per soddisfare un bisogno o una serie di bisogni correlati.

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